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Napoleone I°

Le interviste impossibili

Il primo incontro della nostra rubrica ‘Le interviste impossibili’ lo dedichiamo a Napoleone.
Ci intratterremo con lui per riflettere sul suo tempo, la sua vita avventurosa e su come vede il futuro dell’Europa. Quell’Europa che due secoli orsono fu sconvolta dalle sue gesta.

Maestà, sono passati circa 182 anni dalla sua morte. Si interessa ancora alle umane vicende da lassù?
Come no! Mi diverte sempre osservarvi, è il mio passatempo preferito, e d’altronde poi non ho molto altro da fare.

A proposito, ma esattamente dove si trova, in paradiso dove la vorrebbero i suoi ammiratori o all’inferno dove la immaginano i suoi nemici d’un tempo?
Purtroppo mi impediscono di parlare di queste cose, però diciamo che qui ho trovato un’autorità ragionevole in grado di giudicare serenamente le mie azioni sulla terra. Comunque le assicuro che per me non è stato facile assoggettarmi ad un’altra autorità che non fosse la mia.

Lo credo bene. In effetti ai suoi tempi c’è chi non esitò a definirla un tiranno.
Un tiranno io? Forse che l’Austria, la Prussia o la Russia erano delle democrazie? Per quanto riguarda l’Inghilterra poi, con le sue colonie come la mettiamo? In India e in Egitto non mi pare fossero dei campioni di rispetto di quelli che oggi chiamate diritti umani.

Allora perché ce l’avevano tanto con lei?
Prima di tutto perché io alteravo l’equilibrio europeo. Quel delicato equilibrio faticosamente costruito con la pace di Westfalia nel 1648, al termine della Guerra dei Trent’anni.
In secondo luogo perché io portavo il progresso, l’emancipazione, i lumi della ragione contro l’oscurantismo religioso e politico.
Grazie a me anche voi italiani avete avuto il divorzio, oggi considerato ovvio e normale in uno Stato moderno, avete conosciuto una seria ed energica tutela della proprietà privata inscritta nel Codice Civile, e avete pure conosciuto l’efficienza della pubblica amministrazione, anche se in questo caso mi pare siate regrediti di nuovo al modello borbonico.

Però ammetterà che il suo progresso si è diffuso sulla punta delle baionette.
Purtroppo non avevo altra scelta, le potenze europee non avrebbero mai accettato lo spodestamento di un re. Ricorda il proclama del generale Brunsvik? Dopo lo scoppio della rivoluzione minacciò chiunque avesse osato torcere un capello a Luigi XVI. Per dieci anni hanno aspettato, hanno perfino sopportato la decapitazione del sovrano nel 1793, nella speranza di ristabilire dall’esterno la dinastia, poi, dopo la presa del potere dei tre Consoli, cioè di me, mio fratello Luciano e Sieyès, hanno capito che la Francia andava verso la normalizzazione e si sono organizzati per aggredirla.

Ecco, parliamo un momento del modo in cui andò al potere; fu un colpo di Stato, non potrà negarlo.
No, non lo nego, fu un colpo di Stato. Però bisogna anche ricordare che la Francia era in preda al caos, il Direttorio era immobilizzato a causa di una costituzione che rendeva ormai impossibile prendere qualunque decisione. Senza il mio intervento i sacri principi dell’89 sarebbero stati calpestati dalle potenze europee, che avrebbero imposto un loro protettorato sulla Francia, o, peggio, l’avrebbero smembrata. Io ho salvato il futuro e l’onore della Nazione.

Questo lo dice anche Pinochet, ma parliamo d’altro. Che ricordo ha del suo esilio all’Elba?
Tutto sommato buono, la popolazione non era ostile, tranne qualche massone giacobino, il clima decisamente piacevole e anche li trovavo sempre il modo di tenermi impegnato.
L’unico cruccio è stato quello di non aver riscosso la dotazione che il trattato di Fontainebleau mi assegnava. Ho dovuto imporre qualche tassa e fare dei debiti.

Non le sarebbe convenuto finire i suoi giorni all’Elba?
Con il senno di poi si. Purtroppo sopravvalutai alcuni dissidi che si erano creati tra le potenze vincitrici durante il Congresso di Vienna, pensavo che la situazione fosse maggiormente a mio favore, anche se non mi sbagliavo del tutto, infatti al mio ritorno in Francia, se ricorderà, il Maresciallo Ney, mandato da Luigi XVIII contro di me, si unì ai miei uomini e mi giurò fedeltà.
Povero Ney, ha pagato con la vita quel nobile e coraggioso gesto.
Comunque in quel periodo, secondo i miei informatori, l’Inghilterra stava in ogni caso pensando di farmi trasferire di nuovo. L’Elba era troppo vicina alla Francia perché io non continuassi a turbare i loro sonni.

C’è qualche elbano che a distanza di quasi due secoli ricorda con affetto?
Più d’uno, però, se mi concede una divagazione boccaccesca, c’è una ragazza che ricordo con particolare affetto.
Fu durante una rivolta del Comune di Capoliveri, a seguito dell’imposizione di una tassa per il rifacimento della strada che lo collegava a Portoferraio
Da uomo d’armi come potevo tollerare un’insubordinazione? Così mandai la i miei uomini con l’ordine di cannoneggiare il paese; fu allora che una bellissima fanciulla capoliverese, soprannominata la Vantina, mi raggiunse a Portoferraio, irruppe nella mia residenza e... Con argomenti che non voglio qui specificare, mi dissuase dal punire la popolazione. Fu un gesto nobile da parte sua, anche se credo che alla fine non le costò poi così tanto.

L’Europa di oggi è molto cambiata rispetto ai suoi tempi. Come vede l’Europa adesso?
Beh, un nazionalista convinto come me non può che disapprovare il processo di integrazione europea.
È una cosa che non sta nella storia, campata in aria, come potete sperare che funzioni?
Adesso poi siete tutti alle prese con questa globalizzazione; ma stiamo scherzando? I confini nazionali sono sacri, vanno difesi con la spada. Poi all’interno è anche giusto stimolare il libero scambio, ma sempre tenendo a mente l’interesse nazionale.
La Francia non merita di essere rinchiusa in questa gabbia, il suo destino è quello di dominare l’Europa, di far risplendere la sua grandeur. Vive la France!

 

Testo di Roberto Adriani
Foto di Sandro Santioli


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