Il mio Diotto - Marisa Mazzoni
Mia madre era nata a Scarperia e vi aveva trascorso linfanzia e la giovinezza fino a che, a diciannove anni, aveva conosciuto un giovane militare con il quale, dopo le nozze, si era trasferita a Borgo ma il suo cuore, come diceva spesso, era rimasto a Scarperia, in via dellAzzurro dove lei era cresciuta con la famiglia in una piccola casetta. Il nonno lavorava nei campi ma in realtà era un artista che amava la musica e suonava il clarinetto nella banda del paese. Raccontava che il nonno era amico del vecchio Tonerini che faceva dei coltelli così belli che glieli commissionavano dalle città di tuttItalia e si vantava di possederne tre con il manico dosso, regalatigli dallartigiano. La domenica con le sorelle e le amiche la mamma andava a passeggio per Via delle Oche e i giovanotti riuniti in capannelli sul marciapiede, prima le osservavano poi si avvicinavano e dicevano: "permette che laccompagni?" E loro senza parlare con la testa bassa seguitavano la loro passeggiata su e giù per la via seguite spesso da sciami di giovanotti ai quali non rivolgevano la parola. Poi il ghiaccio si scioglieva, cominciavano a simpatizzare e ognuna si trovava linnamorato. Così la passeggiata in Via delle Oche seguitava a piccoli gruppi formati da coppie che erano controllate dagli anziani che sedevano nei pressi del caffè. Mi narrava anche storie immaginarie, fantastiche che accadevano nel Palazzo dei Vicari: piccoli folletti che nelle notti destate apparivano dalla Torre e saltellavano nel paese, fanciulle e cortigiani che ballavano nel cortile del Palazzo il primo giorno di primavera per tutta la notte e che se non fuggivano alle prime luci dellalba per incantesimo sarebbero rimasti pietrificati fra gli smerli della torre medicea per cento anni, il suono triste e malinconico darpa che si udiva talvolta nelle notti di inverno provenire dal Castello.. era di una cortigiana cui era stato ucciso linnamorato... e così credo che ne abbia narrate tante di storie create dalla sua fervida fantasia che mi aiutava a sognare, a credere in un mondo affascinante e pieno di misteri, certamente migliore di quello reale e povero del dopoguerra in cui sono nata! Ma il vero entusiasmo della mamma era per la festa del Diotto che si celebrava a Scarperia. Ogni anno i primi giorni di settembre era pervasa da unirrefrenabile allegria e irrequietezza che culminava la sera della festa quando, con il vestito nuovo, andavamo a Scarperia. Ricordo quel corso di strada stretto e lungo che si snodava in modo sinuoso nel mezzo del paese su cui risplendeva la luce delle lampadine bianche appese dovunque, che strabuzzava di bancarelle piene di chicche e balocchi. La gente si ritrovava, si abbracciava in un clima di grande allegria. Ricordava amici e conoscenti e, per qualsiasi notizia, faceva sempre riferimento alla festa "lo vidi dopo il Diotto" oppure "si sono sposati due settimane prima del Diotto di due anni fa" . Io ero felice. Nemmeno a Natale mi regalavano tanti dolciumi. Mentre mi ricordavano il nonno, gli altri famigliari o amici, prendevano le chicche dalle bancarelle con le mani sane e ruvide e li trasferivano nelle mie tasche. Talvolta gli anziani si dilungavano a parlare della guerra e piangevano ancora il ricordo del figlio morto ma subito la musica delle fisarmoniche metteva allegria a tutti che cominciavano a ballare valzer e polche. A volte per la festa del Diotto andavamo ospiti, qualche giorno prima, dalla Zia Tonina che era sposata a Ferracciano e da lì, un personaggio incredibile, vestito con uneleganza da fine ottocento, con i capelli grigi che gli spiovevano sulle spalle e un cappello a tesa larga, un Buffalo Bill del Mugello, soprannominato Tom Paoli ( forse era un pasticcio linguistico di Don) ci portava a Scarperia alla festa del Diotto sul suo calesse di legno chiaro e lucido. Ricordo laria calda della sera di settembre, il cavallo che andava sicuro e altero alla luce del tramonto sventolando la lunga criniera lucida al vento per i viottoli di campagna, senza mai sbagliare direzione. Con la stessa sicurezza ci riportava indietro a notte fonda trotterellando fra le fronde scure. La mamma raccontava che quando erano stati sfollati in casa della Zia Tonina, insieme alle donne del luogo, andavano al Diotto a piedi partendo da Ferracciano percorrendo la via dei campi. Anche se la festa era senza grandi sfarzi, non ci volevano rinunciare, cosicché nove giorni prima iniziavano la Novena alla Madonna perché in cielo risplendessero luna e stelle per illuminare il loro cammino nei viottoli. Le vecchie che conoscevano bene i sentieri per averli sempre percorsi a piedi, guidavano lallegra carovana narrando che quando erano ragazze indossavano larghe gonne che erano dimpiccio per fare tanta strada e portavano in mano una candela rivestita di carta colorata e cantavano e pregavano lungo il cammino... poi si ricomponevano via, via che le luci dei lampioni si avvicinavano perché sapevano che nugoli di giovanotti aspettavano, alla fine del sentiero, che questa processione tremula, lenta e colorata arrivasse al paese. In qualunque posto io sia, lotto settembre, il mio pensiero va sempre alla magia del ricordo della festa del Diotto.
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