La ricetta di Giuseppe Alessi
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I cosciotti e le lombatine di un coniglio, Kg 1-1,100 ca; un trito di: 4 spicchi di aglio, un mazzolino di prezzemolo; 100gr di olive nere al forno; 30gr di pinoli sgusciati; 4-5 cucchiai di olio di oliva; 1 dado di carne; sale e pepe. Tagliare il coniglio a pezzetti grossotti (16-18) e metterlo direttamente in una teglia da forno unta di olio. Condire con sale e pepe, cospargere di aglio e prezzemolo, sbriciolare e spargere il dado, disporre sopra tuttintorno le olive e i pinoli, quindi coprirlo a filo di acqua fresca. Mettere in forno a calore non troppo alto,160 gradi e far cuocere per 40 ca o fino a quando, ritiratasi gran parte dellacqua la carne rimanga di un bel color nocciola, e in fondo alla teglia una salsetta densettina in cui nuotino olive e pinoli. Servire senza nessun accompagnamento, ben caldo, secondo e contorno. Il Diotto, dichiaratamente, è una festa che rievoca lo svolgersi annuale dellantica cerimonia di investitura del Vicario, personaggio che per conto della Repubblica Fiorentina, amministrava i rapporti tra Firenze e il Mugello/Scarperia. Rapporti antichissimi e fecondi, che nei millenni, contrariamente a quanto può sembrare, con sono intercorsi a senso unico, con la città ricca, colta e potente che soggioga la campagna misera, ignorante e sottomessa. Basti pensare alla stirpe dei Medici, i suoi due rami, il Trebbio e Cafaggiolo, mugellani tutti e due, che signoreggiò in Firenze per tre secoli filati. E a Giotto di Bondone, mugellano anche lui, che seppe aprire allarte fiorentina, finito il Medioevo, la strada di quel rinnovamento che porterà la città con lUmanesimo e Rinascimento la scena dEuropa. In epoca preistorica, invece, agli albori della civilizzazione, le cose, sembra certo, andarono diversamente. Furono gli Etruschi, progenitori degli odierni Fiorentini, a costringere tribù di Liguri (Mucelli o Magelli) avi, invece, degli attuali Mugellani, ad abbandonare la ridente valle dellArno, le dolci colline circostanti, e cercare rifugio sui monti e nellalta Valdisieve, certamente, allora, più fredda, selvaggia e inospitale. E un fatto questo, tramandato da leggende colte e popolari, da sempre accettato da tutti pur se con nessuna prova certa (credo) sia stato mai possibile documentare. Anche perché la cultura "acculturata" (neanche le "scienze umane") ha mai considerato seriamente la cucina e nemmeno le maniere di mangiare. Che pure hanno generato una massima di comprovata valenza antropologica (almeno fino a che la civiltà industriale non ha stravolto e omogeneizzato gli alimenti e le culture locali del cucinar/mangiare): "dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei". Che altrimenti, una vivanda come il Coniglio arrosto bastardo (della più tipica tradizione mugellana, nonostante Tebaldo Lorini lo contesti pervicacemente), lavrebbe detta lunga sui probabili rapporti interattivi tra le gesti etrusco-fiorentine e liguri-mugellane, per certe sue caratteristiche che vado ad elencare.
E poco convincente tutto questo? Forse. Provate a cucinare questo coniglio e poi a mangiarlo, magari proprio come piatto principale alla cena del Diotto (e con un paio, una parte, di belle "rificolone", di quelle ricordate da Marisa Mazzoni, accanto) e poi, probabilmente, sapori e atmosfera, renderanno più chiaro questo assunto. E di sicuro, la cena più soddisfacente. Giuseppe Alessi |